Home Notizie Attualità Il “ComuniCattivo”: Polenta e Camusso

Il “ComuniCattivo”: Polenta e Camusso

Cinquantottesimo appuntamento con la rubrica curata da Andrea Guasco. Non digrigno i denti in una smorfia di disgusto. E’ il mio sorriso da comunicativo. La mia smorfia da “ComuniCattivo”.

 

Titolo: Polenta e Camusso

Le leggi degli ultimi 20 anni hanno eroso i diritti del lavoro, lasciandoci un mondo peggiore. Tagliare i diritti di chi lavora significa peggiorare le condizioni del nostro Paese e senza dover riscrivere il passato chiedersi cosa vuol dire “lavorare” oggi  è esigenza che la visita della segretaria generale della CGIL Susanna Camusso in città ha riacceso. Necessaria questa riaccensione dopo il bagno di folla  dei temi e delle soluzioni grossolane di Salvini e della Lega che, ritengo, se si andasse al voto oggi farebbero man bassa di vittoria a tutti i livelli (amministrativi e politici).
Ad ogni buon conto occorrerebbere riflettere che ogni lavoratore deve vedere riconosciuti i propri diritti, quelli che rendono una persona libera e forte e sebbene i diritti non invecchino, ce n’è bisogno di nuovi. Da questa esigenza nasce la Carta dei Diritti Universali del Lavoro, una proposta di legge di iniziativa popolare della CGIL all’interno della quale “dignità” e “libertà” sono due parole chiave presentata dalla Camusso anche a Biella.
Quando si discute di lavoro, si arriva a riflessioni importanti, come quella sulla dimensione del tempo: esiste un tempo del lavoro, ma anche del riposo e il cosiddetto terzo tempo, vale a dire quello che si dedica a se stessi e che riguarda la qualità della vita e l’organizzazione sociale.
Si sta raccontando una dimensione sociale basata sul “consumo”, dove si viene portati a credere che sia necessario fare acquisti nei centri commerciali anche di notte (!) per affermare se stessi: ma il numero di ore che un centro commerciale resta aperto misura davvero lo sviluppo di un Paese?
Non è possibile credere che allungando la prestazione lavorativa, aumenti anche la produttività. Chi ci crede?
Anche il lavoro delle donne, quello misurato sul mercato e quello dedicato alle cure parentali, è un tema sul quale si discute oggi finalmente senza ideologie statie, così come il caporalato diffuso nel settore agricolo, e la fatica: un termine che non va più tanto di moda e invece caratterizza ancora il mondo del lavoro, seppure in modo diverso.
Esiste ancora la fatica dei braccianti agricoli, degli operatori sanitari sotto organico, e in altre forme ancora.
Il tempo del lavoro è dunque un argomento ancora straordinariamente attuale, anche perché il nostro Paese ha il maggior numero di part time involontario d’Europa, il che significa svalorizzazione e parcellizzazione del lavoro.
Anche la formazione è un centrale del mondo del lavoro in Italia e la pessima applicazione dell’alternanza scuola-lavoro realizzata dal Governo Renzi ha peggiorato ulteriormente la situazione.
E’ sbagliato accorciare l’obbligo d’istruzione in età scolare, ma soprattutto è un errore trasferire alle istituzioni responsabilità e doveri che sono delle imprese. L’istruzione serve a un giovane a farlo diventare un cittadino consapevole prima anche di un lavoratore consapevole ed è normale che si affacci sul mondo del lavoro con l’intenzione di imparare: a questo servivano i periodi di apprendistato o di formazione lavoro. Un percorso formativo deve servire alla persona perché il lavoro non è l’unica scansione temporale importante della vita di ciascuno.
La storia della conquista dei diritti non è insomma un ferro vecchio da buttar via, ma un bene prezioso da difendere.
La Carta dei Diritti Universali del Lavoro presentata dalla Camusso a Biella afferma che tutti coloro che popolano un luogo di lavoro hanno dei diritti e, anche per questo, oltre a tutelare i “posti” di lavoro è importante occuparsi delle condizioni lavorative.
L’alternativa sono i voucher: un mondo del lavoro indefinito, senza diritti e instabile. Una deriva che questo Paese non può permettersi perché sono troppe, e tutte importanti, le trasformazioni della società che ci aspetta.
Andrea Guasco